di Claudia Cichetti

I bimbi ad alto potenziale hanno un grande cervello, ma una pancia e un cuore che non sempre va allo stesso ritmo. Sono estremamente sensibili e vulnerabili, la scuola se non li riconosce può cucire loro addosso l’abito del perfetto bambino difficile quando invece si tratta di un bambino con un alto potenziale cognitivo. Questi bambini devono spesso affrontare sfide educative particolari che li differenziano dai bambini a sviluppo tipico. Infatti la loro spiccata sensibilità e intensità emotiva li espone unita all’elevato bisogno di conoscere e soddisfare le loro curiosità, nel contesto scolastico spesso li espone al rischio di disaffezione scolastica e di vissuti depressivi e di isolamento importanti. Bisogna fare qualcosa”. Così la professoressa Maria Assunta Zanetti, direttrice del LabTalento di Pavia (foto in alto), la struttura nata presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Pavia che si occupa di plusdotazione e giftedness dal gennaio 2009.

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Professoressa, quali sono i rischi che corrono i bimbi che la scuola non riconosce e che tratta come bambini distratti o con disturbi dell’attenzione?

I rischi sono molti, sono bambini che per essere accettati dal contesto abbassano le loro potenzialità e si omologano e si adattano alle basse richieste della scuola e al livello dei coetanei. Questo comporta un rischio di disaffezione nei confronti dell’apprendimento, un disagio che in età adolescenziale può portare all’underachivement cioè all’inizio di  percorsi fallimentari. Una continua carenza di stimoli evidenzia
problemi di adattamento, con un percorso clinico quando invece si tratta di bambini che chiedono stimoli e creatività. Hanno un potenziale che deve essere oggetto di stimolazione, altrimenti si isterilisce.
Per questi bambini è spesso difficile uniformarsi alle norme e alla cultura scolastica, il non soddisfare le aspettative altrui,e la difficoltà a trovare compagni con cui condividere gli interessi li porta a sviluppare forme di depressione e rischio di sentirsi misconosciuti. Un altro fattore di critico a cui sono esposti è l’eccesso di autocritica, perfezionismo e la paura di assumere rischi che li può portare a sviluppare comportamenti disfunzionali, spesso confusi con diagnosi sbagliate (ADHD, disturbi dello spettro autistico, DSA, DOP) che coinvolgono l’intera famiglia e spesso vengono addirittura medicalizzati.

Come si distingue un bambino plusdotato dal classico “bravo alunno”?

Intanto non sono degli scolari modello. Sono bambini sempre sopra le righe proprio per la discrepanza tra il livello cognitivo e quello emotivo. Il bambino “plusdotato” risulta un po’ strano: estremamente curioso e generalmente portato a preferire le novità, ha idee bizzarre, bighellona, è al di là del gruppo. Il bambino brillante è interessato, attento, ha buone idee, apprende con facilità, esegue e rispetta le consegne.

Cosa deve fare la scuola?

La scuola deve formare gli insegnanti, dare loro gli strumenti per riconoscere la plusdotazione e per trattarla in classe. Questi bimbi necessitano di metodologie didattiche differenti, percorsi di studio accelerati, piani personalizzati di studio, a volte anche del supporto psicologico per far fronte alla distonia che sentono tra ciò che capiscono e il loro vissuto emotivo. Per questo una individuazione precoce è molto importante.

Quali sono gli strumenti per le scuole?

Noi stiamo predisponendo un manuale per la didattica, abbiamo la
possibilità di fare formazione nelle scuole che entrano nella nostra rete tramite un accordo che abbiamo titolato “La scuola educa il talento” proprio per sensibilizzare gli insegnanti e per dare loro gli strumenti per sostenere gli alunni AP

E le famiglie? Che ruolo svolgono in questo percorso. Il bambino plusdotato e’ un bambino impegnativo anche a casa.

E’ fondamentale creare una strategia educativa condivisa scuola- famiglia. Spesso questi genitori subiscono il pregiudizio di chi vede in loro l’esaltazione e lo specchiamento nel figlio “genio”, delle persone attaccate alle performance del bambino o subiscono il pregiudizio di persone che non vogliono ammettere il ‘problema’ e il ricorso allo psicologo o al neuropsichiatra per il disturbo di attenzione o di iperattività. In realtà lo stress delle famiglie è molto alto, i bambini sono molto impegnativi e sono molto costosi.

In Italia siamo nella fase di iniziare a riconoscere un bambino Ap: cosa avviene negli altri Paesi?

Già da molti anni alcuni paesi, soprattutto d’oltreoceano, hanno focalizzato l’attenzione sui bambini ad alto potenziale, impostando da subito politiche educative di supporto allo sviluppo del capitale umano. Nel 1969 il Congresso degli Stati Uniti affidò al Commissario per l’Educazione delle Nazioni Unite l’incarico di determinare la misura in cui i bisogni degli alunni dotati e di talento fossero stati soddisfatti. L’esito fu il Marland Report, e per la prima volta si definisce la giftedness come caratteristica individuale da individuare e sostenere, ne consegue quindi una esplicita raccomandazione per gli stati di adottare specifiche misure di supporto. Fin dal 1971 gli Stati Uniti hanno stabilito che la responsabilità per la formazione di questo tipo di studenti è nazionale e finanziata dal governo federale e da allora nella quasi totalità dei Paesi vengono adottate misura di identificazione e supporto ai bambini AP. Nel 1994 il consiglio d’Europa pubblica la “raccomandazione 1248” relativa alla necessità di una istruzione specifica per i bambini dotati e in molti paesi europei sono state adottate specifiche politiche educative.

Per partecipare al Convegno Bambini Plusdotati a scuola e in famiglia che si terrà a Bari il 6 febbraio REGISTRATI QUI 

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