“Crepe nell’anima” è il titolo della mostra di Olga Diasparro avvocata civilista, componente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine forense di Bari con la passione per l’arte fotografica dedicata alle vittime di violenza. La personale realizzata per il ventennale di “Giraffa Onlus”, l’associazione guidata dall’avvocata Maria Pia Vigilante, formata da donne che da due decenni sono in prima linea e si occupano di donne vittime di violenza. Alcuni scatti saranno in mostra anche in Piazza Mercantile, il 21 giugno, nell’ambito della serata evento WeAvv.

Dalle 19 alle 20,45  ci saranno iniziative rivolte a famiglie e bambini/e: qui le informazioni. Dalle 21 sul palco va in scena il  teatro, il cabaret e il talk sul tema della conciliazione vita-lavoro: qui il programma.

Vi raccontiamo la mostra di Olga Diasparro, il suo lavoro di fotografia sociale con le parole di un’esperta. Sono le parole che la giornalista e critico d’arte Marilena Di Tursi ha dedicato alla fotografa all’inaugurazione della sua prima personale.

 

di Marilena Di Tursi – Giornalista e Critico d’arte del Corriere del Mezzogiorno/Corriere della Sera

Sono partita dal titolo perché Olga mi ha detto che ogni scatto, nato da una sollecitazione emotiva, è stato raccolto sotto un unico tema. In questo caso è la parola ‘Crepe’ a unire ogni singolo fotogramma, un sinonimo di fenditura, a designare ciò che allargandosi separa irrevocabilmente quello che prima era unito. Una ferita connessa però solo ai materiali duri, metalli o pietre. Dunque se le ‘Crepe’ di Olga riguardano le donne, è giusto associarle ad una materia  forte, compatta ma tuttavia destinata a ‘crepare’.  Come tutte le donne che attraversata dalle crepe della vita si sono definitivamente rotte, o, rimanendo nella metafora, sono crepate.

La parola crepare, del resto contiene l’idea dello scricchiolio grazie alla sua radice ‘kr’ presente in numerosi verbi che esprimono rumore. Gli oggetti che si rompono, che scoppiano crepitano, ossia producono suoni e la crepa,  allora, per estensione è la conseguenza di una fatale rottura che, trasposta nella sfera umana, diventa crepare ossia  morire.

E allora questo titolo, riferito a tutte queste donne/icone, come la Barbie per esempio, ci parlano  di qualcosa che si è incrinato, di situazioni di potenziale dolore, di ipotizzabile sofferenza o di marginalità, evidenti  nella bambola abbandonata o nel manichino dimenticato nella toilette di un ristorante.

C’è dell’altro però, qualcosa che non si riesce a dire con le parole senza il rischio di essere retorici ma che con la fotografia si esprime icasticamente. La fotografia di Olga conferisce all’immagine un valore non descrittivo che rinvia immediatamente a un’interpretazione, ad una storia, come quella raccontata da tante mani. Mani che oltraggiano un volto o lo coprono consapevolmente o mani incrociate e volitive, o anche mani pensose, quasi rassegnate.

Oppure rinviano alle storie delle bambine che si espongono pericolosamente al mondo mentre scrutano un laghetto o sulle quali incombe un futuro oscuro, una condanna appena evocata, simbolicamente, dalle croci sul fondo. O ancora parlano di solitudini della terza età, nel placido e atemporale sostare di due anziane signore sulle scale della loro casa.

Sono immagine per lo più in bianco nero che sovrappongono alla realtà dei contrasti forti, una sorta di velato manicheismo tra bene e male o sono a colori perché sfruttano naturali e impreviste tonalità acide offerte dalla luce in una piazza di Valencia.

Si potrebbe parlare di una fotografia umanista come quella della Parigi degli anni Quaranta, sospesa nel tempo, dove il mondo è un fondale per le azioni di un’umanità che sembra vivere un’esistenza non facile dalla quale Olga sembra chiamata.  Sono sequenze di vita, sono soggetti eterogenei apparentemente slegati tra loro ma in realtà uniti da un collante empatico e non razionale.  Un fotografo americano degli anni ’50, Minor White, diceva che le fotografie unite da uno stesso tema sono passi di una danza, dove i punti più importanti dell’insieme sono ripresi e ricollocati con leggere varianti, come fa Olga con le sue crepe, svelate o nascoste, nel gioco di sguardi   consegnati allo spettatore.

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