di Claudia Cichetti

Signora, il suo capisce le cose al volo, fa i compiti prima degli altri e quindi deve aspettare, ma non è l’unico ad aspettare. Mi scusi, ora devo andare. Impegni istituzionali”.

Marta è una ricercatrice universitaria, e ha preso un permesso per andare a parlare con la responsabile della scuola di suo figlio: liquidata così, afferra il cellulare e chiama suo marito: “Dobbiamo toglierlo da questa scuola! Non è per lui, non sanno che pesci prendere, non hanno capito il disagio di Marco, non pensano quanto si senta isolato, anormale, quanto gli pesino i continui rimproveri perché non riesce a star fermo!”.

Marco ha 7 anni appena compiuti ed è entrato in quella scuola, a Bari,  a 4 anni e 10 mesi anziché a 6. E’ un bambino con una diagnosi particolare: plusdotazione cognitiva. “Ma dove lo portiamo? – dice suo padre – esiste una scuola attenta ai bisogni di Marco?”. La risposta è no. Non esistono in Italia scuole per questi bambini “speciali”, piccoli geni oppure no, ma comunque diversi.

Non ci sono programmi adatti, possibilità di fare di più che il semplice “salto di classe”, attività pomeridiane pensate per loro.

NE PARLEREMO NEL NOSTRO CONVEGNO ORGANIZZATO  per il 6 febbraio a BARI. IL PROGRAMMA

Marco è una bambino che a sei mesi parlava come un grande, che a due anni mi chiese un libro sui vulcani – racconta Marta -. A nemmeno 5 anni abbiamo provato ad inserirlo in prima elementare e non ha mai avuto problemi con la didattica, mentre gli altri bambini alla sua età fanno scarabocchi e nemmeno dicono la r: le cose della loro età. Dopo i primi problemi ci rivolgemmo al Lab Talento di Pavia che ci ha aperto un mondo… ma a livello locale non troviamo alcun tipo di supporto.”

Marco non avrà mai la sua età. Nonostante sia in una classe in cui affronta i programmi per bambini di un anno più grandi, lui capisce subito e più in fretta, ha ritmi di apprendimento per cui mezza frase è della maestra e l’altra metà è sua. Interrompe la lezione, alza la mano, ma solo se si ricorda le raccomandazioni della mamme e del papà o i rimbrotti della maestra, altrimenti entra come un fiume in piena nella spiegazione. Perché segue i suoi pensieri. Quella frase ne richiama un’altra, e di pensiero in pensiero arriva lontano e … Marco si perde.

Quasi piange quando i compiti sono facili – continua la mamma – si mortifica quando la maestra lo zittisce di fronte a tutti, si chiude in sé stesso quando gli altri lo evitano come il bimbo noioso e strano che di fronte ad una formica è capace di correggere gli amichetti dicendo che si tratta di un insetto imenottero”.

Marco è uno dei tanti. per fortuna. Sono i bambini plusdotati, cosiddetti gifted: secondo le ultime stime sono il 5 % della popolazione infantile, il che vuol dire che sono molti più di quanti genitori e insegnanti riescano a riconoscere. Un dato che dovrebbe far riflettere la preside della scuola di Marco, perché imparare ad andare incontro ai bisogni di bambini speciali, siano essi affetti da deficit o da plus, è un dovere della scuola, non una presunzione della famiglia. Valorizzare i talenti è anche una risorsa sociale. Manca un progetto nazionale rivolto a questi ragazzi, che hanno bisogno di una scuola a loro misura per non smarrire la strada e sprecare il loro talento.

 

 

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