di Michele  Quercia

“Il linguaggio è la capacità cognitiva che più caratterizza la specie umana, emblema della nostra natura profondamente sociale. E’ in parte ancora un mistero come il bambino riesca ad acquisire e a padroneggiare con destrezza un sistema così complesso in un arco di tempo relativamente breve. 

Il linguaggio permette 2 funzioni:
• comunicativa, grazie alla quale l’individuo ha la possibilità di favorire la trasmissione di informazioni e l’interazione sociale;
• conoscitiva, poiché il linguaggio permette di descrivere gli eventi attraverso i concetti che offrono conoscenze, relative alla realtà, senza che vi sia stata esperienza diretta da parte del soggetto.Il linguaggio umano è in massima parte appreso e si evolve nel corso della vita dell’individuo.

Fin dalla nascita i bambini sono predisposti ad apprendere il linguaggio.
I bambini vengono al mondo dotati di sistemi percettivi specificamente rivolti all’apprendimento linguistico.
Per una normale acquisizione del linguaggio, devono intervenire alcuni fattori essenziali:
• l’integrità anatomica e funzionale dell’apparato uditivo e degli organi fonatori;
• il normale sviluppo delle facoltà intellettive;
• un ambiente ricco di stimoli sonori adeguati, a lui graditi sotto ogni profilo,in particolare quello affettivo.
La carenza o la mancanza di uno dei fattori sopra menzionati produce un arresto o un ritardo più o meno sensibile nell’acquisizione del linguaggio
La prima forma di comunicazione è il pianto. Con esso il bambino segnala a chi se ne prende cura uno stato di disagio, connesso nei primissimi mesi di vita a bisogni di ordine fisiologico.

Accanto al pianto il sorriso. Nell’evoluzione del sorriso che osserviamo nei primi mesi di vita si possono individuare tre fasi:
1. il sorriso endogeno che si manifesta in assenza di stimoli identificabili , ad esempio durante il sonno (prime settimane di vita)
2. il sorriso esogeno che è invece prodotto in risposta a stimoli visivi o acustici (fine 2° mese di vita)
3. il sorriso sociale prodotto come risposta specifica alle persone familiari con le quali il bambino instaura uno scambio reciproco (3°-4° mese di vita)
Nelle prime due-tre settimane di vita il lattante produce soltanto suoni di natura vegetativa (ruttini, sbadigli…) e suoni strettamente legati al pianto.
Tra i 2 e i 3 mesi compaiono nuovi suoni (strilli, gorgoglii, suoni vocalici) che il neonato ha scoperto per caso e comincia a giocare in modo sistematico con questi suoni.
Tra i quattro e i sei mesi il bambino inizia a sillabare. Questo fenomeno, noto come lallazione, diventa gradualmente più complesso e variato fino alla ripetizione di sillabe, che tanti genitori scambiano per protoparole. In realtà non si può ancora parlare di linguaggio.

In genere nello sviluppo tipico, le prime parole compaiono tra i 9 e i 13 mesi. A un anno si nota il fenomeno dell’olofrase, cioè il bambino con una sola parola esprime una frase più complessa. Ad esempio può dire “pappa” per esprimere “voglio la pappa”
Poi a 18 mesi si assiste al fenomeno dell’esplosione del vocabolario: i bambini cioè incrementano rapidamente il numero di parole prodotte, imparano anche più termini in una settimana, tantochè a 24 mesi il numero di vocaboli a disposizione del bambino è triplicato. Con l’espansione del vocabolario, a partire dai 18 mesi, aumenta anche la capacità di comporre frasi, che contengono, intorno ai due anni, anche due o tre parole.

Tra i 24 e i 36 mesi lo sviluppo grammaticale ha una rapida accelerazione, che conduce all’acquisizione dei meccanismi grammaticali salienti nella propria lingua madre. Anche la lunghezza media delle frasi continua ad aumentare. Dai tre anni in poi questo processo diventa ancora più articolato e complesso, necessitando però della scolarizzazione per essere completamente padroneggiato.

Rispetto a questa rapida carrellata delle tappe del linguaggio non dobbiamo dimenticarci delle differenze individuali. Esistono cioè bambini più precoci, così come bambini che pur iniziando a parlare più tardi ugualmente a tre anni hanno uno sviluppo linguistico nella media. Molto infatti dipende anche dall’ambiente e dalle stimolazioni che si ricevono all’interno dello specifico contesto evolutivo.

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